venerdì 2 dicembre 2011

LA CLASSE E' LIQUIDATA? Prospettive Internationaliste

Pubblichiamo questo materiale del gruppo Prospettive Internationaliste (http://internationalist-perspective.org) che riprende il dibattito avviato da questi compagni con un gruppo di compagni greci Blaumachen (http://www.blaumachen.gr/) in merito al ruolo della lotta di classe e alla classe stessa. Segnaliamo che prossimamente un gruppo di compagni italiani sta realizzando la pubblicazione di materiali di Blaumachen e altri specifici sul tema della “comunizzazione”.
Riteniamo molto interessante un simile dibattito, perché entra direttamente dentro alle attuali dinamiche sociali, ponendosi al di la delle differenze, sul terreno della critica dell’economia politica. Da parte nostra ci ripromettiamo di intervenire direttamente su una tale questione, come abbiamo provato a fare nella definizione di “nuovi rapporti sociali”, possiamo però fin da subito notare come vi sia ancora una polarizzazione tra chi vede il punto di vista dell’organizzazione del lavoro e chi l’accumulazione (il ciclo economico stesso), dal nostro punto di vista occorre capire la relazione dialettica e dinamica che intercorre tra questi due aspetti nella critica dell’economia politica.

CONNESSIONI per la lotta di classe



È la fine della classe?

Possiamo dire poche cose con certezza circa la rivoluzione che porrà fine al capitalismo. Non ci sono grandi deduzioni da fare dal passato, poiché l'esperienza reale della lotta anticapitalista rivoluzionaria è stata così limitata nel tempo e nello spazio, e da allora il mondo è cambiato tanto. Eppure i marxisti pro-rivoluzionari sono convinti che l'esperienza della lotta della classe ci abbia insegnato qualcosa sulla prossima rivoluzione.
Noi crediamo che la storia confermi che la classe sia il soggetto rivoluzionario del nostro tempo. Nella sua lotta, le proprie condizioni, la necessità e la possibilità, il "dover fare" e "poter fare", che sono sempre presenti alla nascita di un grande cambiamento sociale, sono unite.
Essa deve abbattere il capitalismo, perché la crisi forza il capitalismo ad un attacco contro i lavoratori, che diventa alla fine una minaccia alla loro sopravvivenza. E può farlo, perché collettivamente e socialmente più che mai, produce tutta la "ricchezza reale" tutto il valore d’uso, indipendentemente dal valore (capitalista). E' in grado di produrre un nuovo mondo su una nuova base. Non ha bisogno di capitale, ma è il capitale ad averne bisogno. Per la produzione di valore (capitalista), il capitale rimane dipendente dallo sfruttamento della classe proletaria e non può farne a meno. Quindi è sul campo della produzione, che vengono condotte le battaglie decisive del conflitto di classe.
La storia ci dice anche che non ci sono scorciatoie. La lotta deve trasformare la classe in "classe per sé", una classe che si identifica come tale e lotta per i propri interessi, da cui può emergere la prospettiva comunista. È solo attraverso la lotta di massa, autonoma, in cui la classe si organizza e distrugge tutte le divisioni che il capitalismo le impone, compresi i confini nazionali, che può generare il potere che può sconfiggere il capitalismo. Senza auto-organizzazione della lotta che coinvolge l'intera classe, e senza la sua generalizzazione oltre i confini nazionali e di settore, la rivoluzione non può avere successo.
Come può accadere questo? La storia ci dimostra che non c'è un processo automatico che porta alla rivoluzione. La crisi capitalista e gli attacchi feroci alla classe non producono necessariamente la lotta rivoluzionaria. Essi possono portare al suo esatto opposto, come negli anni '30. La storia dimostra anche che il rovesciamento dello stato capitalista non significa necessariamente che il capitalismo sia sconfitto. La forma-valore è più radicata di quanto lo sia lo Stato e riprodurrà il capitalismo finché gli sarà permesso di sopravvivere. Eppure, la speranza dei pro-rivoluzionario è che la crisi del capitale, che aumenta, inevitabilmente moltiplicherà la resistenza della classe, in un movimento in cui la classe realizzerà la sua forza e le sue catastrofiche implicazioni per il capitalismo; che una lotta che è cominciata in difesa, contro le conseguenze della crisi, si trasformerà in un'offensiva contro le radici della crisi, contro il capitale stesso.
Ciò richiede un cambiamento di coscienza così colossale, rispetto alle vite disperse e frammentate della classe oggi, che sembra impossibile e utopistico a molti. Sottovalutano la possibilità di una improvvisa accelerazione della storia. Ciò che è utopico è aspettarsi che il capitalismo, in un modo o nell'altro, continuerà a vivacchiare senza catastrofi maggiori, o pensare che potrebbe scomparire senza che il lavoratore collettivo realizzi ed eserciti il suo potere, senza uno sviluppo dell’auto-organizzazione e dell’unità nella lotta di classe.
Questo non è mai accaduto prima, altrimenti non vivremmo nella miseria che ci affligge.
La possibilità di un tale risultato non può essere deciso semplicemente studiando gli eventi del passato. I marxisti devono guardare la realtà sociale di oggi, le condizioni nelle quali la sussunzione del lavoro e della società nel suo insieme si compiono nel nostro tempo e non un secolo fa, le crepe che appaiono oggi, e le nuove lotte che emergono da queste.
E' questo un approccio di ricerca adottato da Prospettive Internationaliste (PI).

Altri sono sempre alla ricerca di scorciatoie. Alcuni credono che un minor sviluppo della coscienza di classe possa essere compensato dal Partito.
Il loro modello è il ruolo del leader del partito bolscevico nella rivoluzione in Russia, nonostante i suoi risultati disastrosi. Abbiamo criticato questo punto di vista in diversi articoli di PI, che non ripeteremo qui. Ciò che colpisce è la povertà teorica dei gruppi che difendono questo modello. Si aggrappano al passato e non vedono nulla di nuovo. Non possiamo dire lo stesso di un'altra corrente di pro-rivoluzionari, conosciuta come "comunizzatori". Il nome deriva dalla loro convinzione che la rivoluzione sarà un processo di "comunizzazione", nel quale la forma valore sarà attaccata direttamente, in contrapposizione alla visione "classica" che vede la riorganizzazione della vita umana iniziare in un "periodo transitorio" dopo la disfatta politica del capitalismo.
Come PI, questa corrente pensa che ci siano difetti e lacune nella teoria rivoluzionaria che abbiamo ereditato. Come noi cercano di capire i mutamenti del modo di produzione, i cambiamenti nel modo in cui il capitale assoggetta la classe e le sue implicazioni sullo sviluppo della coscienza rivoluzionaria. Eppure sono anche alla ricerca di scorciatoie. Nonostante le onde d'urto nel mondo arabo, l'unificazione del lavoratore collettivo sembra sempre impossibile, proclamano che non è necessario. Ciò che serve, invece, a loro parere, è una generalizzazione delle rotture. PI ha discusso con un gruppo di questa corrente, il gruppo greco"Blaumachen". Il lettore può trovare il testo sul blog di PI (PI e Blamachen). Quello che segue è parte di questa discussione e rispondere alla seconda risposta di Blaumachen.

***

Siamo d'accordo su alcuni elementi. Sia PI che Blaumachen considerano la crisi attuale non come una crisi ciclica ma come una crisi dei fondamenti stessi del capitalismo, la forma valore. Siamo anche d'accordo sul fatto che anche se il capitalismo potesse ripristinare le condizioni per l'accumulazione (cosa che non ci sembra possibile senza una massiccia svalutazione, e distruzione di capitale), questo non significherebbe necessariamente la reintegrazione delle masse di disoccupati, ma, al contrario, una continua espulsione dei lavoratori dal processo di produzione. Siamo d'accordo sul fatto che la lotta rivoluzionaria non sarà emancipazione di, ma emancipazione dal lavoro salariato: l'abolizione della forma-valore. Non sarà il momento clou delle lotte difensive sempre in espansione per migliori condizioni all'interno del capitalismo, ma il risultato di un cambiamento nel tenore della lotta, che interverrà in una prassi concreta di attacchi alla forma valore. Inoltre, siamo d'accordo che il capitalismo ha subito una significativa ristrutturazione fin dagli anni '70 che ha portato ad una nuova composizione della classe. Siamo d'accordo che questo ha avuto ripercussioni gravi sulle condizioni nelle quali si sviluppa la lotta, ma siamo in disaccordo su quali sono queste condizioni.

La classe è liquidata?

Inizi la tua risposta con una citazione di Jasper Bernes che dice "... la riorganizzazione della classe per sé -riorganizzazione che l’operaismo italiano chiamerebbe composizione tecnica- rende la sua trasformazione in proletariato, in quanto auto-coscienza rivoluzionaria, quasi impossibile ".
Non contestiamo che tale riorganizzazione o ristrutturazione abbia avuto luogo, ma questa esclude lo sviluppo della coscienza di classe del lavoratore collettivo attraverso le lotte nei luoghi di produzione, anche se i luoghi di produzione non sono più prevalentemente fabbriche fordiste?
Per voi, non c'è alcun dubbio. "La ristrutturazione è un processo di liquidazione della classe operaia (che trasforma) quest’ultima da un soggetto collettivo che si confronta con la borghesia, ad una somma di proletari ognuno individualmente legato al capitale, senza la mediazione dell'esperienza pratica di una identità di classe comune [...]. Questa trasformazione, che omogeneizza le condizioni essenziali per la riproduzione della maggior parte del mondo in una "condizione proletaria" - cioè vendere la sua forza lavoro come unico mezzo di sopravvivenza - ha distrutto l'identità dei lavoratori così come la realtà di "interessi comuni" [...] Una coscienza di classe unificata (l’autocoscienza rivoluzionaria del proletariato) è oggi fuori questione […] perché l'attuale livello dei rapporti di sfruttamento non consente alla classe stessa di affermarsi come entità sociale che cerca di dominare la classe opposta."
Anche se siamo d'accordo che questa ristrutturazione esclude una ripetizione dei "modelli storici della lotta di classe della fine del 19° e inizio 20° o dell'era keynesiana (periodi nei quali sembri provare un po'di nostalgia) come puoi dire con tanta certezza che ha distrutto ogni fondamento per la nascita del lavoratore collettivo come classe, che può abolire la forma valore, a partire dal luogo di produzione oggi globalizzato? Dove si trova nel vostro testo l'analisi che prova questo punto di vista? Per te sembra che il capitalismo abbia superato il pericolo della generalizzazione della lotta di classe semplicemente continuando a fare ciò che ha sempre fatto, aumentando la sua composizione tecnica.
Quello che questa ristrutturazione non ha cambiato è la presenza della necessità e la possibilità della rivoluzione nelle condizioni oggettive di esistenza della classe. La necessità non potrà che aumentare, come certamente condividerai. La possibilità è intatta anch’essa, la nuova composizione di classe mondiale non ha rimosso le potenzialità del lavoratore collettivo. Ha creato nuovi ostacoli alla realizzazione di questo potenziale, ma ha anche creato nuovi percorsi. Ma il lavoratore collettivo mantiene oggettivamente la forza, sia per rispondere alle necessità materiali della società umana, perché è il creatore di valori’uso, sia di spezzare il potere del capitale interrompendo la produzione di valore.
Tu sembri pensare che il lavoratore collettivo abbia perso quel potere perché il capitale dipende meno dal lavoro vivo: "...la borghesia non fa nulla per garantire la sua riproduzione, il capitale tende sempre più a liberarsi del mantenimento del livello di riproduzione del proletariato. L'utopia del valore è quella di liberarsi dalla sua dipendenza dal lavoro vivo". Si tratta di una formulazione strana perché crea l'immagine di un valore personificato, con un sogno suicidario da rigettare. Ma supponiamo che il capitalismo persegua questa utopia, ma che in seguito, il valore lo punisca per aver agito così. Poiché il valore non può essere prodotto senza lavoro vivo, lavoro estratto dai lavoratori, e quindi, che la riproduzione della forza-lavoro del lavoratore collettivo non può essere eliminata, contrariamente a ciò che pensi. Sì, il capitale cerca incessantemente di ridurre il ruolo del lavoro vivo nel processo di produzione (come ha sempre fatto), e sì, si sente inesorabilmente dipendente dallo sfruttamento del lavoro vivo (e quindi dalla sua riproduzione). Si tratta di una contraddizione che il capitale non può risolvere e quindi non può impedirne l'aggravamento.
E' vero che la presenza oggettiva della necessità e della possibilità non garantisce il cambiamento rivoluzionario della società. La storia mostra che anche dove c’è una questione di vita o di morte, la morte a volte prevale. Questo accade quando i soggetti sociali decisivi non possono "pensare fuori dalla scatola", sono prigionieri del loro punto di vista. Oggi, la scatola è la forma valore. Come può la classe scardinare la forma di valore se la accetta come naturale.
Quindi la domanda è: la reificazione dei rapporti sociali ha eliminato la possibilità di sviluppo della coscienza sul luogo di produzione? L'idea che l’ha eliminata non è nuova. E’ stata già espressa in alcuni testi di Adorno e in particolare di Marcuse, prima della ristrutturazione degli anni 70 anni che, ai vostri occhi, ne è il primo responsabile.
Cercate conferma di questa idea sottolineando il fatto che oggi anche le lotte rivendicative più radicali "non hanno lasciato nulla dietro di loro ....," ciò è vero, ma era ugualmente vero in epoca fordista, quando ciò che rimase furono i sindacati e i partiti politici che facevano parte della gestione e del controllo della classe lavoratrice nell'interesse del capitale. Ciò che è cambiato è il fatto che al giorno d'oggi queste lotte rivendicative possono solo raramente (e solo localmente e per un breve periodo) proteggere le condizioni stesse di vita e di lavoro del proletariato. La domanda è dunque: tali lotte hanno un potenziale di generalizzazione, estensione, possono sfuggire al controllo dei sindacati, delle sinistra e dell’estrema sinistra, sono un terreno sociale su quale può svilupparsi la coscienza del lavoratore collettivo? La vostra risposta è no, ma al di là del fatto di caratterizzare la frammentazione derivante dalla ristrutturazione della classe come irreversibile e irresistibile, non fornite gran che come argomenti. Inoltre, sembrate accettare "la liquidazione della classe lavoratrice" come data, come un dogma.

Nessun dogma, per piacere

Marx ha dimostrato che per un intero periodo storico la forma valore fu una condizione per uno sviluppo enorme di ricchezza reale, nonostante le forme alienate in cui si verificava, e nonostante gli orrori ai quali l’accumulazione primitiva e il processo di produzione capitalista lo conducono, la traiettoria stessa del capitale porterebbe inevitabilmente come conseguenza una contraddizione tra il processo di valorizzazione e l'espansione della ricchezza reale. Viviamo in un'epoca in cui questa contraddizione sta diventando sempre più acuta col passare del tempo, in cui la persistenza della forma valore condanna l'umanità sia per la massiccia distruzione di ricchezza reale e a limiti sempre più rigidi per la sua ulteriore creazione. La forma valore è passata da una condizione per la creazione di ricchezza reale ad un ostacolo insormontabile per questa creazione. Come questa barriera può essere distrutta? Abbiamo bisogno di esaminare la possibilità della negazione del capitalismo, dell'abolizione del lavoro del proletariato, nelle contraddizioni reali. Può essere distrutto senza una specifica forma sociale determinata? La contraddizione fondamentale del capitalismo non dovrebbe manifestarsi in una forza sociale reale? E non è questa forza sociale, la forza produttiva della classe -il lavoratore collettivo- che produce non solo il valore, ma la ricchezza materiale o reale?
Voi ci rimproverate di dipingere un quadro falso della lotta di classe, come se si trattasse di scontro di due soggetti indipendenti, mentre il capitale e lavoro sono elementi mutualmente dipendenti dal processo di accumulazione del valore. E’ vero, ma come scrittura Bonefeld, in questo rapporto, il "capitale non può diventare autonomo dal lavoro vivo; l'unica possibile autonomizzazione è da parte del lavoro .... Il lavoro esiste in e contro il capitale, mentre il capitale, tuttavia, esiste solo dentro e attraverso il lavoro .... La pratica sociale del lavoro esiste contro il capitale e allo stesso tempo anche come momento di esistenza di quest'ultimo. "(1)
Il capitale non si auto valorizza; come valore che si valorizza, è prodotto dal lavoro del lavoratore collettivo. Ma l'azione umana, la prassi del lavoratore collettivo non è forse altrettanto produttiva in un altro senso, non ha possibilità creative che possono distruggere i rapporti sociali capitalistici e trasformare il lavoratore collettivo? Sono queste possibilità, questi aspetti del lavoro e il lavoratore collettivo che le rende concrete, che offrono la prospettiva dell'esplosione della forma merce e del mondo reificato ha creato. Questa forma e questo mondo, prodotti dal lavoro astratto, possono essere spezzate solo – se un giorno saranno spezzate - sulla base della realtà del lavoro sociale stesso.
Marx sosteneva che il lavoro non si limita a valore, ma è un "fuoco vivo, che dà forma alla materia" (2). Dobbiamo studiare i modi specifici in cui questo "fuoco di vita, che plasma la materia" prende oggi, che contiene la possibilità di minacciare la forma valore in sé, e che non può semplicemente essere sottomessa alle esigenze del solo capitale. Dobbiamo guardare a questi elementi nella prassi del lavoratore collettivo, che il capitalismo utilizza sia per la sua valorizzazione sia per la produzione della "ricchezza reale", elementi che sono essenziali per il processo di accumulazione, ma che contengono anche la possibilità di distruggerlo.
Facoltà e processi creativi stessi, per esempio - non riconducibili alla razionalità strumentale - che liberano le forze produttive del lavoro, sono necessarie per il capitale, ma allo stesso tempo sfuggono potenzialmente alla sottomissione dei suoi imperativi. Queste facoltà creative, tra cui l'immaginazione del lavoratore collettivo, sono essenziali per l'innovazione di cui i capitalisti hanno bisogno nella loro lotta contro i rivali, ma la stessa capacità di immaginare nuove forme e modi di azione umana costituiscono allo stesso tempo un potenziale pericolo per il capitalismo sprofondato nella crisi, creando un dolore sempre più inevitabile, accentuando il contrasto tra ciò che è e ciò che può essere.
La ristrutturazione che ha rimodellato la classe sin dagli anni '70 è stata più che una cospirazione del capitale per spezzare la classe. Anche se questa intenzione facesse parte di quello che ha portato a questa ristrutturazione, è stata anche la logica evoluzione del capitalismo stesso, in conseguenza dell’estensione del suo dominio sul lavoro. Marx aveva già previsto questa ristrutturazione e l’ha descritta come quella che chiarisce la contraddizione cosi citata per il lavoratore collettivo ", è posto a lato del processo di produzione, invece di esserne l'attore principale. In questo trasformazione, non è tempo di lavoro diretto che esegue lui stesso, nel tempo durante il quale lavora, ma piuttosto l’appropriazione della sua forza produttiva generale, la sua comprensione della natura e la sua capacità di governarla grazie alla sua presenza come corpo sociale-è, in una parola lo sviluppo dell’individuo sociale che appare come il fondamento della produzione e della richezza"(3)In altri termini, la scomposizione indica l’assurdità della forma di valore.

E’ vero che ha frammentato la classe, ha reso la solidarietà di classe più difficile rompendo i grandi concentramenti di produzione fordista, delocalizzandoli verso paesi senza tradizione di lotta di classe, che ha utilizzato e utilizza la mondializzazione per dividere e dominare la classe, che i nuovi settori della classe sono ormai tagliati fuori da una memoria collettiva di resistenza al capitale, che la penetrazione della legge del valore in tutti gli angoli della società ha rafforzato la reificazione. Si tratta certamente di ostacoli reali ostacoli allo sviluppo della coscienza del lavoratore collettivo. Ma significa anche, come ammette, "l'omogeneizzazione delle condizioni essenziali per la riproduzione della maggior parte della popolazione mondiale nella -condizione proletaria-".

Inoltre rende il capitalismo dipendente dal libero flusso di informazioni e ha creato strumenti di comunicazione istantanea utilizzati dalla classe per superare la sua frammentazione; ha fatto della produzione un processo sociale sempre più mondiale nel quale "il 'general intellect' collettiva, nelle parole di Marx, crea la maggior parte della ricchezza reale, ma diviene impossibile da misurare attraverso il valore, e sempre più conduce a processi automatizzati. Questa contraddizione nel cuore del capitalismo diventa sempre più acuta, e con essa emerge un potenziale all’interno del lavoratore collettivo che Blaumachen sembra ignorare. La questione di sapere se il lavoratore collettivo può abolire il capitalismo (e quindi se stesso) resta aperta e troverà una risposta decisiva solo nella storia. Noi non contempliamo il problema dall'esterno, facciamo parte del processo. Cerchiamo di capirlo per potervi contribuire. Questa comprensione non può basarsi su ipotesi indiscusse, ma deve provenire dall'indagine dell'esperienza viva del lavoratore collettivo in questo momento nella traiettoria del capitalismo. Siamo convinti che questo può effettivamente indicare la base per lo sviluppo della coscienza di sé che pensate che non possa essere possibile nei luoghi della produzione.

Rotture

Altri che condividono le vostre ipotesi secondo le quali il potenziale rivoluzionario della classe è stato liquidato, hanno concluso che la rivoluzione è diventata impossibile. Siamo lieti che non siete d'accordo con loro, anche se la loro posizione sembra essere più logica, se davvero il proletariato non può superare la sua frammentazione. Ma vedete ancora una possibile generalizzazione. Non una diffusa lotta della classe, ma delle lotte nelle quali i proletari cessano di combattere come classe. "Rotture per il fatto di essere proletario e combattere necessariamente come tale, cosa che può solo significare mantenere in vita tutta questa merda”. Anche noi vediamo il bisogno di rotture, di un cambiamento del contenuto della lotta, di un superamento della resistenza agli effetti del capitalismo, verso un attacco concreto alle sue radici. Ma per noi, il luogo di una tale rottura è il lavoratore collettivo nel luogo di produzione globale, è l’ha che emergeranno le basi per la comunizzazione, è la che le basi per l'auto-superamento del lavoratore collettivo come classe salariata, si svilupperanno. Ed è nella vita reale vissuta dal lavoratore collettivo, nella misura in cui produce ricchezza reale e pone le basi per l’ "individuo sociale" che tale rottura può sorgere.
Considerate inoltre, che questa rottura si incarna nel "saccheggio come pratica emergente del proletariato in molti casi" nella lotta di classe. Saccheggiare per vivere, saccheggiare per riprodurre la propria esistenza, individualmente e collettivamente, è un aspetto inevitabile della lotta di classe e molto probabilmente sempre più. Ma poiché è un atto individuale (scegli quello che puoi individualmente) e non collettivo (organizzata dal lavoratore collettivo), rischia di degenerare in azioni di individui cosi come sono costituiti da relazioni sociali capitaliste, e non come classe. La vostra difesa del saccheggio di beni per rivenderlo e per beneficiarne individualmente sfiora la questione. La domanda non è se è comprensibile date le circostanze, ma se questo sfida il capitalismo, le relazioni sociali reificate, o le conferma. Dopo tutto, il fatto di prendere le cose e di venderle per realizzarne un profitto, è qualcosa che il capitalismo ha sempre fatto.
Saccheggio per distribuire valori d'uso è una cosa, il saccheggio come espressione di rabbia è un altra. Il senso della nostra prima critica agli elementi di analisi di Blaumachen non era sul saccheggio, ma sulla distruzione, non dei rapporti sociali capitalisti, ma della vera ricchezza. L’edificio di una banca è potuta diventare una scuola o un punto di distribuzione di beni da distribuire al popolo. "Burn Baby Burn" non è l'azione del lavoratore collettivo, ma piuttosto un'espressione di rabbia impotente, in cui l'effetto della politica è quello di permettere al capitale e allo stato di ri-consolidare il proprio controllo fisico e ideologico, anche dove questa rabbia non comporta la morte di lavoratori edili (come è accaduto ad Atene lo scorso anno) o la distruzione della fabbrica nella quale la vera ricchezza dovrà essere prodotta su una base comunista - una produzione di valori d'uso, il prodotto di un lavoro concreto, e non il lavoro astratto da una classe salariata. In breve nella misura in cui l'obiettivo è la forma valore, i rapporti sociali capitaliste, ci può essere comunizzazione. Nella misura in cui l'obiettivo diventano principalmente edifici, simboli della classe dirigente, fabbriche, la lotta sarà persa. Siamo tutti ben consapevoli che l'abolizione della forma valore non potrà essere una trasformazione pacifica, che la violenza e la distruzione sono inevitabili. Ma c'è il pericolo di rendere la violenza un feticcio, di attribuirgli dei poteri che in realtà risiedono nella determinazione e nella auto-organizzazione collettiva. Con la vostra teoria delle "rotture", sembrate cadere in questa trappola.
MacIntosh e Sander


Note
1) Werner Bonefeld, “Human Practice and Perversion: Beyond Autonomy and Structure” in Revolutionary Writing: Common Sense Essays in Post-Political Politics (Autonomedia, 2003), p. 78.
(2) Marx, Grundrisse, p. 361.
(3) Idem,p.705

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